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Strange Days e i Doors, un capolavoro concepito in fretta

Strange Days dei Doors

Nel settembre del 1967, pochi mesi dopo il fortunato debutto, i Doors escono già col sophomore, Strange Days. Un disco bello e dannato quasi quanto il bandleader Jim Morrison.

Per capire la storia di Strange Days, però, occorre fare un passo indietro di un paio d’anni. Nel luglio del 1965, sulla spiaggia di Venice Beach, in California, due studenti della UCLA si incontrano per caso: Ray Manzarek e Jim Morrison. Da quel momento nasce una delle band più rivoluzionarie della storia del rock: i Doors.

Morrison è un ragazzo brillante ma introverso, con un passato familiare complesso segnato da un padre severo e un rapporto difficile con i genitori. Fin da piccolo è affascinato dalla morte, come dimostra il ricordo vivido di un incidente stradale in cui vide morire alcuni nativi americani. Manzarek, di quattro anni più grande, è già un eccellente tastierista e suona con i suoi fratelli nei Rick & The Ravens. Quando Morrison gli canta Moonlight Drive, Ray intuisce immediatamente il suo carisma e il potenziale della sua voce.

Alla band si uniscono il chitarrista Robby Krieger e il batterista John Densmore, incontrati da Manzarek a una seduta di meditazione. Morrison sceglie il nome The Doors ispirandosi al libro di Aldous Huxley The Doors of Perception, che a sua volta cita William Blake. Il gruppo si distingue subito per un’intesa profonda tra i membri, al punto che non riuscirà mai a trovare un bassista fisso. Manzarek supplisce suonando le linee di basso con un Fender Rhodes Piano Bass montato sul suo Vox Continental, creando così il tipico sound della band, sospeso tra organo psichedelico, chitarra venata di blues e ritmiche jazz.

Dopo una gavetta nei club di Los Angeles e un contratto inizialmente sfumato con la Columbia, i Doors vengono scritturati dalla Elektra grazie anche alla spinta di Arthur Lee dei Love. Nell’agosto del 1966 entrano in studio e pochi mesi dopo, il 4 gennaio 1967, pubblicano The Doors, un album destinato a cambiare il panorama rock.

L’album d’esordio è un capolavoro che fonde psichedelia, blues e oscuri richiami letterari. Brani come Break on Through (To the Other Side) e Soul Kitchen mostrano l’energia e la sensualità della band, mentre The Crystal Ship svela la loro vena poetica. Il pezzo più iconico, Light My Fire, con l’ipnotico assolo di tastiera di Manzarek, diventa un successo planetario. Ma è la chiusura del disco a segnare un punto di svolta: The End, un viaggio allucinato tra mitologia e pulsioni oscure, consacra Morrison come il “Re Lucertola” e il gruppo come innovatore assoluto del rock. I The Doors non si limitano a fare musica: esplorano la morte, la filosofia e il subconscio, anticipando le inquietudini del punk e della new wave.

Dopo l’uscita del loro album d’esordio, i Doors diventano una delle band più chiacchierate d’America. Light My Fire schizza in cima alle classifiche, Morrison diventa sinonimo di trasgressione e sensualità, e i concerti della band si fanno sempre più teatrali e imprevedibili. Ma il successo ha il suo prezzo: l’industria discografica inizia a premere per un secondo album, mentre Morrison scivola sempre più nel suo lato oscuro, tra alcol, droghe e una crescente ossessione per la propria immagine mitologica.

In questo clima, nel maggio del 1967, i Doors tornano negli studi Sunset Sound Recorders di Hollywood per registrare Strange Days, il disco che più di tutti cattura l’essenza lisergica e visionaria della band. Le registrazioni, stavolta, sono più sperimentali: Paul Rothchild, il produttore, introduce l’uso del sintetizzatore Moog, che viene suonato direttamente da Morrison nel brano che dà il titolo all’album. La tecnologia diventa parte del suono dei Doors, che si allontanano dal blues sporco del primo disco per esplorare territori più rarefatti e allucinati.

Anche la copertina di Strange Days è un viaggio psichedelico. Scattata dal fotografo Joel Brodsky in una stradina di New York, l’immagine non mostra i Doors, ma una bizzarra carovana di personaggi circensi: un acrobata, un suonatore di fisarmonica, un nano in smoking e altri freak da fiera di paese.

L’idea è semplice: trasmettere visivamente l’atmosfera surreale dell’album. Morrison, del resto, è affascinato dai fenomeni da baraccone, simboli di un’umanità fuori dagli schemi e della sua stessa alienazione.

Rispetto al primo disco, Strange Days è più cupo e sperimentale. La band affina il proprio suono: Manzarek continua a suonare le linee di basso con il Fender Rhodes Piano Bass, ma introduce nuove tessiture sonore con il Moog ed effetti d’organo più eterei. Krieger, sempre diviso tra blues e flamenco, si avventura in sonorità più liquide e riverberate. Densmore, con il suo tocco jazz, è ancora più dinamico e atmosferico. Ma il cambiamento maggiore è in Morrison, che abbandona le vesti del poeta beat per calarsi nel ruolo di profeta visionario. I Doors non stanno solo registrando un album: stanno esplorando un’altra dimensione.

L’album si apre con Strange Days, un brano che avvolge l’ascoltatore in un’atmosfera onirica e inquietante. Il Moog, suonato da Morrison, contribuisce a creare un suono alienante, mentre il testo parla di un mondo stravolto, quasi apocalittico, in cui tutto sembra perdere significato. La voce di Jim è ipnotica, quasi sussurrata, e si muove sinuosa tra le spirali dell’organo di Manzarek, come se stesse guidando un rito esoterico. È l’inizio perfetto per un album che sembra voler trascinare chi ascolta in un altro mondo.

You’re Lost Little Girl cambia completamente tono, con una delicatezza quasi struggente. Krieger si fa protagonista con un arpeggio dolce e malinconico, che avvolge la voce di Morrison in un’atmosfera intima. Il testo è ambiguo: apparentemente parla di una ragazza smarrita, ma potrebbe essere anche una riflessione sulla fragilità umana o sull’impossibilità di trovare un vero equilibrio. La melodia è semplice ma penetrante, e la voce di Jim, in bilico tra il tenero e il minaccioso, dà al pezzo un fascino misterioso.

Love Me Two Times è uno dei brani più immediati dell’album, con un riff di chitarra che rimane impresso e un ritmo incalzante. Qui i Doors flirtano apertamente con il blues, ma lo reinterpretano in modo sensuale e ossessivo.

Il testo, all’apparenza una semplice richiesta d’amore ripetuta due volte, è intriso di un senso di urgenza e di addio, come se il protagonista sapesse che non ci sarà un’altra occasione. Il clavinet suonato da Manzarek aggiunge un tocco barocco e straniante, rendendo il pezzo ancora più ipnotico.

Unhappy Girl è una piccola perla psichedelica, caratterizzata da un effetto di reverse tape sulle tastiere che dà al brano un senso di circolarità e di déjà-vu. Il testo parla di una ragazza intrappolata in sé stessa, incapace di liberarsi dai propri limiti. Musicalmente è un pezzo sperimentale e sfuggente, quasi evanescente, che sembra dissolversi prima ancora di rivelarsi completamente. È uno dei tanti esempi della capacità dei Doors di creare atmosfere inquiete con pochi elementi essenziali.

Horse Latitudes è il momento più sperimentale dell’album, una tempesta sonora su cui Morrison declama versi ispirati a un ricordo d’infanzia: il racconto di cavalli gettati in mare per alleggerire il carico delle navi in difficoltà. La voce di Jim è teatrale, quasi stregonesca, mentre la band costruisce un tappeto di suoni astratti con urla, echi e percussioni dissonanti. Più che una canzone, è un’esperienza sonora, un frammento di incubo che spezza l’album in due e prepara il terreno per quello che verrà.

Moonlight Drive è il primo brano scritto da Morrison e, di conseguenza, ha un’aura speciale all’interno della discografia dei Doors. Il pezzo è caratterizzato da un’andatura fluida e ipnotica, grazie alla slide guitar di Krieger che disegna arabeschi sonori quasi liquidi. Il testo è un invito romantico e al tempo stesso inquietante: una passeggiata notturna che potrebbe trasformarsi in un viaggio verso l’ignoto. Morrison canta con un tono seducente, ma sotto la superficie si avverte una sottile tensione, come se il destino degli amanti fosse già segnato.

People Are Strange è uno dei brani più conosciuti della band, una marcia circense dalle tonalità oscure che esprime un senso profondo di alienazione. Morrison scrisse il testo dopo una notte particolarmente cupa, in cui si sentiva completamente estraneo al mondo che lo circondava.

La melodia è semplice, quasi una filastrocca, ma l’arrangiamento la trasforma in qualcosa di surreale: il piano tintinna con un’aria da cabaret, mentre la chitarra di Krieger sottolinea l’atmosfera da sogno febbrile. Un capolavoro che emerge in modo prepotente nel loro canzoniere.

My Eyes Have Seen You è uno dei brani più energici dell’album, con un ritmo incalzante che sfocia in un ritornello esplosivo. Qui i Doors abbandonano le atmosfere allucinate per un pezzo più diretto, quasi rock’n’roll, ma con il solito tocco morboso di Morrison. Il testo parla di un’ossessione amorosa, con immagini di voyeurismo e desiderio incontrollabile. La voce di Jim passa dal sussurro al grido, rendendo il pezzo una scarica di elettricità pura.

I Can’t See Your Face in My Mind riporta l’album su toni più eterei e stranianti. Il brano ha un’atmosfera onirica e decadente, con una melodia dolente che si intreccia a suoni esotici. La voce di Morrison è quasi sospesa, come se cantasse da un altro mondo, mentre il testo evoca una perdita di identità e una dissoluzione dell’io. È uno di quei pezzi in cui i Doors riescono a evocare immagini potenti senza bisogno di grandi arrangiamenti, affidandosi solo a un suono rarefatto e a una voce carica di suggestioni.

L’album si chiude con When the Music’s Over, il capolavoro dell’album, un viaggio musicale di undici minuti che riprende la struttura epica di The End. Qui Morrison diventa un profeta visionario, alternando momenti di calma ipnotica a esplosioni di pura furia vocale.

Il testo è una riflessione sulla potenza della musica, sulla vita e sulla morte, con immagini potenti e spesso oscure. La band costruisce un crescendo perfetto, in cui ogni strumento ha il suo spazio: le tastiere di Manzarek si muovono in spirali psichedeliche, la chitarra di Krieger urla e si contorce, e la batteria di Densmore guida tutto con un drumming tribale e incalzante. È la perfetta chiusura per un album che non è solo musica, ma un’esperienza mistica e allucinata.

Strange Days viene confezionato in fretta e furia per battere il ferro finché è caldo. Il successo dell’album di debutto rischia di portare la band al disastro. E invece, Strange Days è un capolavoro, forse più dell’esordio. Cupo, sperimentale, ma pieno di ispirazione. Rotschild, che cova verso i Doors ambizioni trionfali, è deluso dalle vendite, che pure sono buone.

La mancanza di un grimaldello per le classifiche come era stato Light My Fire, è vero, impedisce l’esplosione immediata del disco. Eppure, alla lunga distanza, Strange Days vende di più e si afferma come capolavoro psichedelico dei Doors. Se dopo il primo disco qualcuno poteva pensare che la band fosse un fuoco di paglia, basato sul fascino decadente di Jim Morrison, con Strange Days si fa sul serio. I Doors diventano per la West Coast un po’ quello che i Velvet Underground sono dall’altra parte dell’America.

Morrison, però, col suo talento cristallino ma dannato, unito allo shock del successo, finirà per pagare un prezzo salato. I Doors hanno davanti una vita intensa, ma breve. Ma si sa, chi muore giovane è caro agli dèi, e così è ancora oggi per Morrison e soci, uno dei culti più inossidabili del rock.

— Onda Musicale

Tags: The Doors, Jim Morrison, Robby Krieger, Ray Manzarek
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