Musica

26 marzo 1976: Phil Collins canta per la prima volta nei Genesis

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La band britannica dei Genesis

Aveva già cantato dal vivo. Durante il giro europeo e americano del 1973-74, verso la metà del concerto Phil Collins se ne usciva da dietro la sua Gretsch e rimaneva da solo con Mike Rutherford, col quale proponeva “More fool me“.

Allora pareva a molti il momento più debole della serata, tanto che poche settimane fa – in un’intervista concessa alla rivista Prog – Phil Collins ha confessato che se l’era dimenticata, quella canzone.

Era però un tempo e un gruppo – i Genesis – a cui era facile perdonare tutto, vista la straordinarietà delle serate. E poi il biondo e mancino Phil era un suonatore di tamburi sopraffino, certamente sottovalutato vita e vittima, a partire degli anni Ottanta, della sua carriera giudicata dai critici poco “cool” per colpa della sua abilità straordinaria di scrivere canzoni di successi per tutti i palati.

Niente poteva essere accolto senza passione e entusiasmo, almeno per chi amava la band di Peter Gabriel. Ed erano tanti. Aveva anche cantato in più occasioni, già sui dischi dei Genesis (For Absent Friends) come sul primo solo del chitarrista Steve Hackett (Voyage of the Acolyte). Però nessuno lo considerava un cantante e quando Gabriel abbandonò la band, l’idea che Collins potesse prendere il suo posto non fu all’inizio considerata.  

Venne col tempo e si dimostrò giusta e perfetta. Nel marzo del 1976, dieci mesi dopo l’ultimo concerto dell’era gabrielliana e del megatour di The Lamb Lies down on Broadway, il gruppo che tutti davano per morto pubblicava “A Trick of the Tail, il primo disco a quattro, il primo senza Peter Gabriel. Un gran bell’album, va detto. Romantico (Mad Man Moon) e nervoso (Los Endos), indiavolato a tratti come il demone della copertina (Robbery Assault and Battery) e grandioso (Dance on a Volcano). 

Era un lavoro che aveva bisogno di una conferma dal vivo. Collins doveva andare davanti, al microfono, così per prendere il suo posto scelse Bill Bruford, già Yes e King Crimson, un batterista a cui lui – anni prima – aveva anche fatto da tecnico per una sera almeno. Il 20 marzo fecero una serata di prova in Texas. Sei giorni dopo, esordivano all’Arena di London, nell’Ontario, in Canada.

Strano pensare che Collins fosse talmente nervoso da scriversi le parole delle storie da raccontare fra una canzone e l’altra. Era terrorizzato. Se qualcuno gli avesse detto che neanche dieci anni dopo sarebbe stato una star planetaria, cantante, musicista e produttore pluripremiato e plurivenduto, quella sera in Canada Phil avrebbe risposto «devi essere fuori di testa».

Invece tutto è cominciato da li. In quella serata del 1976

Il racconto di come si arrivò a quella notte tocca a Mario Giammetti, il giornalista che da anni si occupa di Genesis e dintorni. E’ l’editore da 25 anni dell’unica fanzine cartacea rimasta a livello planetario, Dusk. Ha scritto numerosi libri sulla band britannica.

Il dedicato a Peter Gabriel per le Edizioni Segno. S’intitola Not One of Us .

Visti i precedenti, facile che sia imperdibile per gli appassionati del genere. E non. Let the dance begin.  

Lo scherzo della coda, di Mario Giammetti

Sono le otto di sera nel retropalco della London Arena, Ontario, Canada. Fra mezzora i Genesis devono salire on stage per presentare per la prima volta le canzoni del loro nuovo album A Trick Of The Tail, pubblicato poco più di un mese prima. Phil Collins continua a rigirarsi tra le mani il foglietto che si è preparato cercando di memorizzare il contenuto degli interventi parlati con i quali dovrà affrontare il pubblico. Perché quello del 26 marzo 1976 è il primo concerto che vede Collins al centro della scena, e non più nascosto dietro la batteria.

Ha un carattere gioviale e una grande comunicativa (doti che ne hanno agevolato la scelta come drummer dei Genesis nel 1971) e spesso ha fatto da spalla a Peter Gabriel quando questi, tra un brano e l’altro, raccontava le sue storielle surreali. Ma ritrovarsi tutti gli occhi addosso è ben altra cosa. E quello spettatore dalla fronte rasata, con ali di pipistrello sulle spalle, che Phil ha intravisto spostando un attimo le tendine delle quinte, proprio lì in prima fila, non promette niente di buono. 

Rewind

Il tour di The Lamb Lies Down On Broadway è ai suoi inizi, nel novembre 1974, quando Peter Gabriel, il carismatico frontman dei Genesis che, già da un paio di anni, sta catalizzando l’attenzione morbosa di tutti i media, prende la definitiva decisione di lasciare il gruppo: troppe tensioni con i compagni (comprensibilmente risentiti dal ruolo di comprimari ai quali sono relegati dai media), troppe distrazioni (in primis la richiesta del regista de L’Esorcista, William Friedkin, di collaborare a un progetto cinematografico che poi non approderà a niente), troppe implicazioni personali (la nascita della sua prima figlia Anna-Marie, a lungo tra la vita e la morte).

Gabriel lo comunica a Cleveland al manager dei Genesis, il quale ha il compito di dirlo a Tony Banks, Mike Rutherford, Steve Hackett e Phil Collins. «Ma non temete», aggiunge. «Peter porterà il tour al termine e, per il momento, non diremo niente a nessuno». Il tour, infatti, continua regolarmente fino alla fine di maggio del 1975, per un totale di un centinaio di meravigliosi concerti dall’altissimo impatto teatrale che, purtroppo, non vengono mai filmati professionalmente. 

Il ballo sul vulcano

Appena conclusa la tournée, Steve Hackett va a registrare il suo album solista, con l’aiuto di Rutherford al basso e di Collins alla batteria e, in una canzone, al canto (Voyage Of The Acolyte uscirà nel novembre 1975 raggiungendo un incoraggiante 26° posto nella classifica inglese). Non partecipa Banks, che però si mette a scrivere per conto suo. Perché in questo momento i Genesis non sanno ancora esattamente come affrontare la dipartita di Gabriel, una defezione che taglierebbe le gambe a chiunque. 

Ma poi, proprio mentre Hackett sta ultimando i mix del suo disco solo, Tony, Mike e Phil Collins si incontrano per capire se possano ancora esistere i presupposti di proseguire con i Genesis. Ed ecco che la magia scocca immediatamente: il tempo di accordare la chitarra e frammenti di esaltante musica nascono come per incanto. Gran parte di Dance On A Volcano prende vita e forma in quel primo giorno di improvvisazione. 

Schiaccia “Rec”. Il Melody Maker del 16 agosto 1975 spara un titolone in prima pagina: “Gabriel out of Genesis?”. Il beneficio del dubbio non ha lunga durata, poiché è lo stesso Gabriel a inviare di lì a poco alla stampa internazionale una lunga lettera semiseria dove conferma la decisione di lasciare la band e ne spiega le ragioni. Appena la notizia si espande, tutti i media sono concordi nel determinare la fine prematura di uno dei gruppi più innovativi del rock. Nessuno dà credito a quattro pur bravi musicisti, privati del genio creativo, dell’immagine, del frontman, del trasformista, del nuovo vate dell’art rock. 

Pur delusi dalla reazione della stampa, Tony, Mike, Phil e Steve sanno però di avere due assi nella manica, o meglio due certezze che il pubblico ancora ignora: primo, che la musica dei Genesis di sempre non è certamente stata composta da Peter Gabriel (se non in piccola parte); secondo, che le session estive hanno fruttato oltre un’ora di fantastiche composizioni. Quelle canzoni che il quartetto si accinge a registrare nell’autunno 1975 presso gli studi Trident di Londra.  

La voce guida

C’è solo un piccolo scoglio da superare, una volta liquidato con un’occhiataccia il suggerimento di Phil Collins di pubblicare un album strumentale: chi canterà? L’ipotesi di assegnare il compito allo stesso Collins viene presa in considerazione per un paio di canzoni più morbide: in effetti il batterista aveva già cantato, nell’era Gabriel, su Nursery Cryme (For Absent Friends) e su Selling England By The Pound (More Fool Me), oltre che provvedere a supportare la voce di Peter sia in studio che dal vivo. Tuttavia, alcuni dei nuovi brani presentano un’inconsueta aggressività per la quale Phil non sembra essere particolarmente adatto.

Al management il compito di scremare tra i tanti nastri ricevuti in risposta a un annuncio pubblicato sotto mentite spoglie sul Melody Maker. Scartati pur bravissimi vocalist come Jess Roden, Mick Rogers (della Manfred Mann’s Earth Band), Noel McCalla e Nick Lowe, resta in campo lo sconosciuto Mick Stickland, il cui timbro roco sembra piacere a tutti. Ma quando gli viene chiesto di cantare Squonk, il brano più impegnativo, lo sfortunato vocalist si ritrova costretto a sputar fuori l’anima, essendo il brano in una tonalità per lui irraggiungibile.

È a quel punto che Phil Collins, che fino a quel momento ha avuto il compito di dare istruzioni ai candidati vocalist, prende il microfono e ordina al tecnico (e co-produttore) David Hentschel di registrare. E la sua performance convince senza ombra di dubbio alcuno tutti: colleghi, management, casa discografica. 

Il colpo di coda

A Trick Of The Tail esce il 2 febbraio 1976. Facile immaginare l’emozione dei fan appena poggiata la puntina del giradischi all’inizio della facciata A: il riff della chitarra di Mike, i trilli fischiati della Gibson di Steve sui colpi di batteria di Phil Collinse la base di mellotron di Tony di Dance On A Volcano non possono che provocare un profondo brivido alla schiena di tutti quelli che hanno amato i Genesis. E anche quando, su una trascinante ritmica in 7/4, entra la voce di Phil, la magia rimane intatta. Sono Genesis meno art rock e più muscolari, che dispensano emozioni ma anche una musicalità entusiasmante.

Certo, sono un po’ messi da parte certi estremismi sonori che avevano contraddistinto The Lamb e la sensazione è di un parziale ritorno alle atmosfere più morbide, particolarmente in brani pastorali come Entangled e Ripples. Nello stesso tempo, il gruppo dimostra di essere ulteriormente cresciuto dal punto di vista strettamente tecnico.

Si ascolti l’assolo di sintetizzatore di Tony Banks nell’inserto strumentale su un tempo fuori di testa a 13/8, oppure l’intelaiatura di Los Endos, brano conclusivo del disco fortemente voluto da Collins, in quel periodo influenzato da Borboletta dei Santana. Squonk, invece, esprime una grande fisicità e un testo (di Mike) che prova a mantenere il surrealismo di Gabriel, seppure in forma un po’ più naif.

Firmando da solo la beatlesiana title track e la straordinaria sinfonia di Mad Man Moon, Tony Banks si conferma il principale compositore dei Genesis di sempre, rincalzato da Rutherford. La differenza è che, adesso, tutto il mondo può venirne a conoscenza, dato che la band per la prima volta specifica gli autori dei brani, canzone per canzone.  

Il 1976 è un anno seminale per il rock, dove il progressive accusa i primi seri segni di flessione (onore a Gabriel che, per The Lamb, già un anno e mezzo prima aveva spinto i Genesis a intraprendere strade nuove)

Accanto ai classici come Dylan e Reed, si impone il rock americano di grana più o meno grossa (Aerosmith, Blue Öyster Cult e Boston, ma anche Bob Seger, Tom Petty e Elliot Murphy) ma, soprattutto, due artisti, diversissimi tra loro, che cominciano a delineare stilemi nuovi: da una parte Patti Smith, che bissa l’esordio dell’anno prima con Radio Ethiopia; dall’altra il debut album omonimo dei Ramones, che darà fondamentalmente il calcio d’inizio a quell’era punk che così tanto effetto avrà, di lì a poche settimane, proprio nei confronti dei miti del progressive.

Su questo scenario A Trick Of The Tail fa immensamente più di quanto fosse lecito aspettarsi. Arriva al terzo posto in Inghilterra (eguagliando quello che, fin lì, era stato il maggiore successo, con Selling England By The Pound, ma vendendo molto di più) e si spinge fino al n. 31 nella classifiche di Billboard, guadagnando ben dieci posizioni rispetto al precedente.

A trick of the tour

Fin dagli esordi, i Genesis hanno costruito parte del loro mito in tournée. Bravissimi musicisti, capaci di riprodurre partiture oltremodo complicate in maniera perfetta, i cinque avevano poi trovato il jolly grazie all’estro di Peter Gabriel che, inizialmente per tenere buono il pubblico durante le lunghe session di accordatura delle chitarre, aveva cominciato a raccontare favolette surreali, per poi prendere gradualmente confidenza e tirar fuori tutto il suo appeal teatrale, maschere e travestimenti inclusi. Ma ora? La prova disco era stata superata in maniera a dir poco esaltante, ma come affrontare il pubblico in concerto? E in quale formazione?

In un primo momento i Genesis ancora valutano l’ipotesi di noleggiare un vocalist ospite, anche perché nessuno di loro osa sperare che Phil intenda davvero abbandonare la batteria e prendere possesso del microfono. Si sa come la pensa in merito, Phil Collins: «Il batterista è il vero motore di una band. Il cantante è solo quello che muove il culo». Ma poi la cosa prende l’unica evoluzione possibile, complice anche l’inaspettata disponibilità di Bill Bruford, prodigioso batterista già con gli Yes e i King Crimson, che offre temporaneamente le sue prestazioni per consentire a Phil di mettersi al centro del palco sapendo di poter contare, alle sue spalle, su uno che le bacchette le fa cantare. 

Le prove

Banks, Rutherford, Hackett, Collins e Bruford si chiudono per un paio di settimane al Reunion Center di Dallas per provare il nuovo spettacolo, che sul piano scenico si avvarrà di proiezioni su tre schermi e ottimi giochi di luce. La parte musicale non dà grossi problemi: Bruford è per la verità altamente individualista e, in definitiva, inadatto al ruolo di batterista nei Genesis, ma è pur sempre un grandissimo musicista, oltretutto già famoso in ambito prog e, per questo, sicuramente ben accolto dal pubblico.

Tony è, come sempre, il principale protagonista strumentale con le sue tastiere (ma in un paio di occasioni imbraccia anche una chitarra a 12 corde), mentre Steve è il cesello, il rifinitore, il glorioso solista. Mike, dal canto suo, fa un lavoro oscuro quanto imprescindibile: anche in questo tour utilizza una chitarra a doppio manico, alternando anche in uno stesso brano le 12 corde della parte superiore e le 4 spesse del basso in quella inferiore.  

A tratti cambia strumento e impugna un’acustica, sempre a 12 corde, aiutandosi con i bassi a pedale, che conferiscono una profondità inaudita al sound della band. Infine Phil

Tecnicamente la sua voce non si discute: le canzoni del nuovo album (Dance On A Volcano, Entangled, Squonk, Robbery, Assault And Battery) sono rese in maniera perfetta, ma anche la prova impegnativa della reinterpretazione di classici gabrieliani è superata a pieni voti. Phil se la cava egregiamente con The Lamb Lies Down On Broadway / Carpet Crawlers(intervallate da due versioni strumentali di Fly On A Windshield e Broadway Melody Of 1974, in quello che la band intitola ironicamente Lamb Stew, spezzatino d’agnello), ma anche su Cinema Show, Firth Of Fifth e I Know What I Like, nel cui interludio strumentale si inventa un bizzarro balletto dove colpisce, rigorosamente a tempo, il suo tamburello con testa, gomiti e ginocchi.

Phil interpreta benissimo anche White Mountain, canzone proveniente nientemeno da Trespass che mai i Genesis avevano suonato dal vivo dopo il 1970, e Supper’s Ready, nonostante sia costretto al falsetto in alcuni punti. In definitiva, Collins mostra qualche difficoltà vocale soltanto su IT, brano che, collegato a una versione strumentale di Watcher Of The Skies, rappresenta il bis del concerto. 

Il ruolo di Phil Collins

Naturalmente Collins non rinuncia del tutto al suo ruolo di batterista: è grande protagonista di Los Endos e, ogni volta che può, corre dietro i tamburi affiancando Bruford in un’esaltante orgia percussiva, come nello strumentale di Cinema Show e il solo di tastiere di Robbery, Assault & Battery. 

Ma non è il canto, né tantomeno la batteria, a preoccupare Phil, bensì l’interazione col pubblico. Col suo mix di surrealismo e la sua figura svampita e bizzarra, Gabriel si era inventato un modo di comunicare del tutto personale rivelandosi un frontman semplicemente inimitabile. Collins, dal canto suo, ha alle spalle un passato di attore (da bambino ha interpretato per qualche anno il ruolo di protagonista di Artful Dodger nella rappresentazione teatrale londinese Oliver), un’innata simpatia e il fatto di essere già conosciuto dal pubblico e non una faccia nuova.

Ma sarà sufficiente, questo, a garantirgli l’assoluzione? Una cosa è certa fin dall’inizio: Phil Collins non si nasconderà dietro alcun travestimento, se non vogliamo considerare tale il soprabito da ladro che indossa su Robbery, Assault & Battery

Anzi, arriva con un look casual estremamente semplice: barba lunghissima, maglietta o canotta colorata, pantaloni bianchi, cercando di conquistare i fan con altre doti e aiutandosi anche lui con una storiella, molto più prosaica rispetto a quelle nonsense di Peter (i personaggi di Romeo e Giulietta, che finiranno con l’appartarsi per consumare un rapporto sessuale, sono la scusa per presentare Cinema Show).

E per smaltire almeno un poco della tensione, chiede conforto ai compagni, lasciando presentare alcune canzoni a Mike (White Mountain, Supper’s Ready) e a Steve (Entangled). 

Showtime

Che destino bizzarro, per un londinese d.o.c. come Phil Collins, esordire come cantante in una città del Canada chiamata London! Il foglietto nelle sue mani è ormai stropicciato, quasi illeggibile. È davvero ora di aprire le tende dell’Arena. Appena le casse diffondono le prime note di Dance On A Volcano, ogni singolo spettatore risponde spontaneamente alla formidabile energia del quintetto e si fa trascinare dalla forza della musica. In due ore di concerto i Genesis stendono i presenti, circa quattromila persone contro le duecento che si aspettavano di trovare. E il fan nostalgico, quello vestito uguale a Peter Gabriel? «La prossima volta», dirà Tony Banks al settimanale inglese Sounds, «si farà crescere la barba e indosserà maglietta multicolorata e pantaloni bianchi».

(tratto da www.lastampa.it – link)

— Onda Musicale

Tags: Phil Collins/Peter Gabriel/Tony Banks/Steve Hackett/A Trick of the Tail/Mike Rutherford
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