Con Spitting Sand, i Load Rejection alzano il tiro, spingendo il loro sound verso territori più crudi e intensi. Tra post-grunge, crossover e hardcore.
Con Spitting Sand, i Load Rejection alzano il tiro, spingendo il loro sound verso territori più crudi e intensi. Tra post-grunge, crossover e hardcore, il nuovo EP è un viaggio attraverso alienazione, pressioni sociali e lotta interiore. Abbiamo fatto due chiacchiere con la band per capire meglio il significato di questo lavoro, la loro evoluzione musicale e cosa li spinge a continuare a gridare contro il mondo.
Il titolo “Spitting Sand” evoca immagini forti e cariche di significato. Come siete arrivati a questa metafora e in che modo rappresenta il viaggio emotivo dell’EP?
Con questo titolo intendiamo esprimere il peso soffocante della società, che non lascia spazio al benessere dell’individuo e di conseguenza anche a quello collettivo. Sembra sia necessario avere dei traguardi schematizzati, che se non portati a termine nel tempo prestabilito ti condannino al giudizio esterno. Tutto questo ci porta a rincorrere una vita che ci snatura e ci allontana dalla realtà che potremmo costruire noi stessi. L’idea di questo titolo è nata seguendo i contenuti dei testi delle canzoni che fotografano una realtà opprimente, ma che gridano un disperato bisogno di liberarsi e di raggiungere la superficie per poter respirare di novo.
La copertina è un chiaro omaggio a “Facelift” degli Alice in Chains. Qual è il legame personale o artistico che vi lega a questo album e cosa vi ha spinto a reinterpretarlo a modo vostro?
Siamo molto legati a questa band, sia per quanto riguarda il contenuto dei testi introspettivi e cupi sia per l’energia e il sound che portano in studio, come nei live. Non è stata una vera e propria scelta, ma una contaminazione implicita costante che ci influenza tutt’ora nella composizione dei brani.
“Bash” è un brano che segna un cambiamento rispetto al passato per i Load Rejection, mostrando un lato più crudo della vostra musica. Qual è stata la sfida maggiore nel bilanciare questa nuova direzione con le vostre radici musicali?
In realtà non c’è stata nessuna difficoltà particolare, diamo sempre libero sfogo alla creatività. Noi quattro abbiamo sia ascolti in comune che diametralmente opposti e cerchiamo sempre di trovare, tra i vari stili, la componente che ci accomuna. Sicuramente l’intesa fra di noi gioca un ruolo fondamentale, sappiamo fino dove possiamo spingerci senza andare fuori dai binari stilistici che stiamo costruendo.
Parlate spesso di alienazione, pressione sociale e delusioni nei vostri testi. Qual è stata la vostra esperienza personale nel navigare questi temi, e come pensate che la vostra musica possa aiutare chi vi ascolta a sentirsi meno soli?
Siamo quattro ragazzi di trent’anni che ultimamente hanno affrontato diversi cambiamenti. Abbiamo realizzato improvvisamente di essere cresciuti, di avere meno tempo a disposizione e più responsabilità nelle nostre vite. Il mondo che ci circonda non ci aiuta: sembra sempre di essere in debito verso qualcuno, di non riuscire a stare al passo con gli avvenimenti e di perdere un pezzo alla volta le amicizie e i rapporti di un tempo. Pensiamo che queste cose siano una realtà del nostro tempo per la gente della nostra generazione. Il nostro intento è quello di riconoscere questi lati negativi, assimilarli e prendere le giuste misure per tirare fuori qualcosa di buono, che può scaturire in musica ma anche in azioni di vita quotidiana. Le nostre canzoni sono una sorta di auto-terapia e speriamo di aiutare anche altre persone nei loro momenti di smarrimento, facendole realizzare che è normale sentirsi persi, ma che non serve lasciarsi andare completamente nello sconforto e credere in sé stessi.
Avete scelto di autoprodurre il disco, registrando all’Elfo Studio e mixando al Toxic Basement Studio. Quanto è importante per voi mantenere il controllo creativo e quali sono i pro e i contro di questa scelta?
La musica è un’opportunità di manifestare la propria libertà di espressione e noi vogliamo mantenere questa sensazione sempre viva in ogni sfaccettatura. Il DIY non è un percorso facile, bisogna riuscire a bilanciare la vita di tutti giorni e gli sforzi necessari per portare avanti questa passione. Alla fine però, riuscire a vedere il tuo progetto che prende forma come lo avevi immaginato, con la consapevolezza della fatica, è una cosa veramente appagante.
Dal grunge e nu-metal anni ’90/’00 all’hardcore moderno, il sound dei Load Rejection è un mix potente di influenze. Quale brano dell’EP incarna meglio questa fusione, e perché lo considerate emblematico del vostro stile attuale?
Il brano che racchiude un po’ i vari stili che ci influenzano è “Six Feet Deep”. Unisce rap, funk, alternative e hardcore. Lo consideriamo il più emblematico perché la struttura è caratterizzata da parti ritmate, melodiche e allo stesso tempo aggressive. E’ uno dei pezzi che ci gasa di più nei nostri live.
Guardando al futuro, state già lavorando a un full-length album. Come pensate di espandere o evolvere il sound di “Spitting Sand” nel prossimo capitolo della vostra carriera?
La base di partenza sarà l’energia che nasce da questo EP per poi attingere anche a diversi generi musicali che fanno parte del nostro bagaglio, mantenendo una compatibilità al nostro percorso. Non cerchiamo una vera e propria evoluzione ma una riconferma, la novità potrebbe essere una serie di collaborazioni con altri artisti.
