Il nuovo disco di Massimo Priviero? Va detto subito: la sua formula magica di narratore folk dai riverberi lunghi non si smentisce mai e raramente e per soli piccolissimi momenti, trova qualche timido scossone alla sua norma.
A scatola chiusa, per chi lo ama da sempre (che non ci sono vie di mezzo, amore o repulsione senza soluzione di continuità), non si sbaglia mai: “Diario di vita” è esattamente quello che mi aspettavo da uno come lui che al folk e al rock ha sempre chiesto la potenza di una narrazione che possiamo perfino vedere se chiudiamo gli occhi durante il santo giro di questo nuovo vinile. Canzoni che ricalcano metriche e modi melodici che si somigliano sempre, direte voi.
Certo, lui è Massimo Priviero. Ma è anche vero che, nonostante questo, ogni disco, ogni canzone, trova sempre quella via per dirsi definitiva, insostituibile e personale. “Diario di vita” è una summa, un rendiconto, un ritrovarsi oggi dopo mille viaggi e peregrinazioni diverse, dopo abbandoni e rinunce, addii e nuove rinascite. È un disco che non ha bisogno di luce e di spiegazioni, sarebbe tutto ridondante. E se “Il mio fiume” apre le danze con una dolcezza acustica, momenti come “Il suono” o “Il migliore dei mondi possibili” sfoggia quel sano rock di grandi route che a Priviero sono sempre state salvifiche, un po’ come fossero casa. L’America vista dalla sua terra d’origine non è poi così diversa e così lontana. Buon viaggio gente e fate attenzione che di fuoripista interessanti ce ne sono e non pochi…
Oggi il folk sembra restituire una radice di verità al suono della nuova musica. Ho come l’impressione che si torni sempre più spesso ad una dimensione del reale. Cosa ne pensi?
Me lo auguro di cuore! Poi dovremmo stabilire cosa chiamiamo nuova musica. Ma certo credo nell’essenzialità della musica. Mi capita spesso di dire che l’ottanta per cento di una canzone è già tutto nella scrittura, nell’armonia e nella melodia che la genera. Ovviamente poi nella voce e nel testo. Quel che si aggiunge è un passo in più che spesso non è neanche fondamentale. Ho voce, chitarra, pianoforte. Questo spesso è quel che è abbastanza. Le mode non esistono e se esistono domani saranno diverse. Un artista vero fa la sua strada e trova il coraggio di essere se stesso. Il resto è fuffa.
Il rock di Massimo Priviero non è mai cambiato e non si è mai tradito. So cosa aspettarmi sempre… e puntuale accade. Ha una ragione precisa secondo te?
È il mio modo di stare al mondo. E’ il mio rock d’autore. E’ quel che ho dentro che poi si traduce. Ma se scavi bene ci troverai anche tante cose che cambiano nel tempo. Per esempio, in Diario di vita troverai orchestrazioni morriconiane in un paio di canzoni che prima non avevo mai usato. Per esempio. Questa è la mia lingua madre. Non c’è una precisa ragione. Ah ah! Magari nella prossima vita rinascerò trapper. Ma spero proprio di no.
Come il tuo libro, questo disco fa i conti con la vita. Arriverà il punto in cui questi conti li “pareggeremo” in qualche modo?
Come si dice, il cerchio presto si chiuderà. Questione forse di qualche anno ancora, almeno per quel che mi riguarda. Conservo libertà e coraggio di vivere. Mi danno spesso felicità. Non so in generale. Si vince e si perde se ha senso usare queste parole. Per me no, per altro. Diciamo che si cade e ci si rialza. Non ho inutile fama da inseguire per come questa è declinata in questo tempo. Mi spiego? Vivo in modo “laterale” al mondo. Ma confesso che vivere mi piace ancora un sacco.
Ti sei spinto anche dentro “carole natalizie” e forme di gospel e musica dalla pelle nera, di soul, di spiritualità. Come mai? Cosa ti ha portato in questi territori se pur per brevi istanti?
Sfidarsi e vedere come viene. Spiritualità da credente per quanto fragile. Che è anche Spes contra spem come diceva un santo. Amore per la musica black in tante sue forme. Vent’anni fa feci album “spiritual” usando uno pseudonimo che scalò pure classifiche. Un poco me ne vergognai anche, ma la mia voce non se ne vergognò affatto.
Nel disco c’è tantissimo rock vecchia maniera oserei dire… sembra diventino manifesti e risposte al nuovo rock dei giovani. Ha senso questa mia impressione?
Esiste il rock d’autore. Esiste un ventennio del Novecento che fu una specie di miracolo. Fai conto a spanne che furono gli anni Sessanta e settanta. Dove fu fatto di tutto e di più. A seguire non c’è alcun nuovo e alcun vecchio. C’è quello che vale. Che naturalmente prescinde del tutto da ogni suo eventuale successo per come è inteso oggi. Questa è la mia opinione.
Torneremo a comprare i dischi? E so che questo tuo lavoro si è impegnato anche in questo senso… un contributo che è servito secondo te?
Bella domanda. Da girare all’industria discografica che ha scelto il suicidio. Da girare alle radioline commerciali e alle televisioni. Da girare a nepotismi e mafie del nostro strano paese. Come dici tu, per me quel che chiamiamo fisico ha ancora un valore. Per questa ragione la prima uscita del Diario di vita è stata solo in fisico. È una scelta che chi mi segue ha apprezzato molto. Un negozio di dischi poteva fare anche cultura. Ieri. Ma non so se torneremo mai a qualcosa del genere. Probabilmente no. Chissà, forse la musica, certo in molte sue forme, è finita. Uccisa dall’idiocrazia.